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La Retorica usa spesso gli animali. Gli animali sono metafore, personificazioni. Ma, a volte, gli animali sono solo animali e la loro forza può superare qualsiasi figura retorica.

Nel 1952, durante la sua campagna elettorale come candidato repubblicano alla vicepresidenza, Richard Nixon venne accusato di aver avuto finanziamenti illeciti per 18000 dollari. L’accusa andava anche più in là, affermando che in cambio di questi finanziamenti, Nixon avesse concesso favori personali ai suoi sostenitori.

Nixon rispose con un famoso discorso televisivo, argomentando su ogni singola accusa e ribattendo punto per punto. Una volta smontata la tesi degli avversari, però, assestò il colpo da maestro, per il quale il suo discorso viene ricordato come il Discorso di Checkers.

Dopo aver usato le armi dell’ethos (descrivendo la propria storia e la propria correttezza) e del logos (dimostrando l’infondatezza delle accuse), salutò il pubblico con la commozione del pathos.

Un’altra cosa, poi dovrei dirvi, perché se no lo direbbero comunque, probabilmente. Abbiamo preso qualcosa , in effetti, un dono, dopo le elezioni. Un uomo nel Texas aveva sentito Pat alla radio far cenno al fatto che ai nostri due figli sarebbe piaciuto un cane. E, credeteci o no, il giorno che siamo partiti per questa campagna elettorale abbiamo ricevuto un messaggio dalla Union Station di Baltimora che diceva che c’era un pacco per noi. Siamo scesi per prenderlo. E sapete cos’era? Era un piccolo cocker spaniel. E la nostra piccola Tricia, quella di sei anni, lo ha chiamato Checkers. Voi lo sapete come sono i ragazzini, amano i cani. E voglio dire soltanto questo, proprio ora: non importa di quello che dicono, noi lo terremo, il cucciolo.

L’immagine è quella di un cucciolo tra le braccia di una bimba di sei anni. Il pericolo è l’inutile crudeltà di sottrarglielo. Nixon, con un “noi” complice ci rassicura che scongiurerà questo pericolo.
Poi si alza in piedi; il momento di intima confessione è finito. Assume pose oratorie per riprendere la propaganda in favore di Eisenhower. Infine, conclude, promettendo di rimettersi alla decisione del Comitato del Partito Repubblicano, rassegnando, se richiesto le sue dimissioni (in realtà aveva già preparato migliaia di cartoline prestampate con i ringraziamenti per i messaggi di solidarietà che gli sarebbero arrivati).

 

L’uso dell’animaletto a fini propagandistici è stato più volte percorso anche nella politica italiana recente. Trasformare il tenero barboncino Dudù in un personaggio con tanto di pagina Facebook è servito certamente a mantenere l’attenzione sul suo padrone, allontanandola, allo stesso tempo dai suoi casi più scabrosi.

Nel 2012, anche Mario Monti ebbe a che fare con un batuffoloso cucciolo. Negli studi delle Invasioni Barbariche, Daria Bignardi gli tese un agguato (o fu una manovra concordata?). Per mettere in discussione l’aplomb del neo primo ministro, gli rifilò un cagnolino, chiedendogli se si sarebbe impegnato ad adottarlo.

L’imagine di un austero e rigoroso signore che coccola un cagnolino bianco e vaporoso, poteva incrinare definitivamente l’opinione diffidente del grande pubblico, che non sembrava disposto ad accogliere benevolmente un accademico dal sagace e gelido humor britannico.

Le cose sembravano andare per il meglio. Il commovente accostamento bambini e cagnolini (“come i nonni sanno, i bambini tengono moltissimo ai cagnolini”) è d’obbligo e neppure l’austero Monti si sottrasse al luogo comune, ma l’effetto empatico svanì presto per la scelta arguta e di stile, scambiata per rigida e burocratica, delle parole: “la terza dipartita per ragioni naturali” (invece che un più diretto e banale: abbiamo avuto tre cani morti di vecchiaia).

Lo stile ironico e distaccato si scontra inevitabilmente con gli inviti al sentimento. Come colori complementari, uno caldo, l’altro freddo, le due attitudini aumentano il contrasto, sembrano ancora più forti di quello che in realtà sono. Al punto che per forza, una delle due diventa sgradevole.

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